I palazzi sono da sempre in rapporto diretto e continuo con il "sotto", che è stato da sempre prezioso conservatore e distributore di acqua, sicuro rifugio anticamente contro le persecuzioni religiose e di recente contro la morte che veniva dal cielo con i bombardamenti a tappeto durante la seconda guerra mondiale, quando sull'abitato, negli anni fra il 1941 e il 1944, furono lanciate 28.000 bombe. Nella città che sta sotto la città sono state mescolate, in una particolare simbiosi, una cospicua serie di funzioni. La gestione dell'acquedotto sotterraneo è stata commista alle attività estrattiva ed edificatoria, l'acquedotto stesso oltre a fornire sul posto i materiali necessari all'edificazione, s'è ampliato con essa di pari passo in orizzontale e in verticale: man mano che l'abitato s'espandeva, aumentava anche il numero dei condotti e delle vasche sotterranee, nonchè quello dei pozzi che consentivano di "pescare" con un secchio l'acqua direttamente dalle abitazioni. Si calcola che nel centro antico-storico di Napoli i pozzi (che dovrebbero essere tutti chiusi) siano non meno di dodicimila. Il tutto è opera umana, lavoro di schiere sterminate che si sono avvicendate nei secoli là sotto, in un invisibile formicaio. Scavavano con attrezzi semplici: un piccone con due punte a lama verticale (tuttora usato, si chiama "smarra" ) , un piccolo maglio di ferro, la duplice ascia e quattro cunei di legno, come i loro colleghi di duemila anni fa.